A cena con i fantasmi l’Antivigilia di Natale – 17/25 Racconti del Mistero di Natale

Questo è un racconto basato su una testimonianza vera. Ne avevo già scritto ma vista la particolarità della storia a l’ambientazione torinese ho deciso di riproporlo in chiave natalizia. Buona lettura.

Era la sera dell’ antivigilia di Natale quando una famiglia terminò la cena a casa dei nonni . A Torino durante il pomeriggio aveva nevicato e i fiocchi di neve non smettevano di scendere creando un’atmosfera suggestiva con le luci natalizie installate in città.

Dopo l’abbondante pasto dove la nonna non era stata di certo avara con le porzioni, arrivò il momento tanto atteso dal nipotino: le storie del nonno.

«Sono passati più di vent’anni da quel 23 dicembre ma ricordo tutto come se fosse uno di quei sogni che non vogliono svanire dalla memoria».

Federico si sedette accanto al nonno per ascoltare meglio: il cuore gli batteva e la fantasia viaggiava a mille.

«Tanti anni  fa, era l’antivigilia come oggi, ho voluto fare una sorpresa a tua nonna portandola fuori a cena. Soli io e lei, come quando eravamo fidanzati. Da Porta Palazzo ci siamo incamminati per le strade di Borgo Dora con l’intenzione di mangiare in un ristorantino dove andavamo da giovani. Non sapevamo se quella piola fosse ancora aperta, di anni ne erano passati, ma ancora ci ricordavamo le acciughe con il burro e il bagnato verde, l’insalata russa e un brasato che si scioglieva in bocca».

Nel frattempo la signora Lina, la nonna, fece capolino dalla cucina e con aria divertita fissò suo marito. In quello sguardo era sottintesa la preghiera di non raccontare tutto perché, quella storia, aveva dei risvolti che avrebbero potuto spaventare Federico.

«Quel giorno a Torino c’era parecchia neve, molto più di oggi. L’aria era impregnata da un freddo che ti entrava dentro le ossa. Io e tua nonna, passando dal mercato di Porta Palazzo, ci addentrammo per le strade di Porta Dora alla ricerca di quella piola. Camminavamo a fatica tra la neve. Le persone sembravano fantasmi. Alcuni di loro avevano l’aria smarrita, parevano come persi. Torino era meravigliosa, tirava fuori la sua essenza, il suo lato più intimo e nascosto. Camminavamo ormai da mezz’ora ma di quella trattoria nemmeno l’ombra. Io ero convinto che si trovasse in una piccola via vicino al Cottolengo. Tua nonna diceva che mi sbagliavo, lei se la ricordava quasi in prossimità della Dora. Alla fine vinse tua nonna, tanto per cambiare».

Lina continuava, dalla cucina dove stava sistemando le stoviglie, ad ascoltare il racconto del marito.

«La neve vicino alla Dora sembrava essere ancora più fitta e c’era un buio irreale. Ad un certo punto, senza quasi farci caso, ci trovammo davanti all’ingresso della piola. Era esattamente come quando andavamo a mangiare da giovani: una porta di ingresso in ferro con il vetro abbellito da una tendina ricamata a mano, due vetrine ai lati della porta con, in bella mostra, alcune bottiglie di vino, le torte e il menu. Aprii la porta e feci strada alla nonna. Anche dentro le cose non erano cambiate: tavoli rustici in legno come le sedie, il bancone della mescita con le bottiglie di vini, degli amari e una enorme damigiana, le credenze, sempre in legno con su i piatti, i bicchieri e le posate e qualche quadro appeso alle pareti ma senza troppe pretese. Alcune persone erano sedute; stavano mangiando e bevendo in silenzio, nonostante l’imminente Natale sembravano tutti tristi. Feci accomodare la nonna ad un tavolo da due lungo la parete. Entrambe ricordavamo ancora il proprietario, un signore affabile, alto e magro con i baffi lunghi arricciati che vestiva sempre con la camicia bianca e un grembiule da oste che parlava solo in piemontese. Probabilmente quel signore se ne era già andato in pensione ma visto che, tutto sembrava essere rimasto come un tempo, ci aspettavamo di vederlo comparire da un momento all’altro. Ma così non fu».

«Era morto?» chiese Federico.

Il nonno sospirò.

«Lì dentro erano tutti morti»

«Cosa vuol dire nonno?»

«Vuol dire che quella trattoria non esisteva più»

«Scusa nonno – replicò il nipote – ma se hai appena detto che la nonna e tu eravate entrati e vi siete seduti a un tavolo come faceva a non esistere?».

Lina uscì dalla cucina, guardò suo marito scuotendo la testa, poi si rivolse a suo nipote e disse «Federico, non dare retta al nonno. Prendila come una storia, niente di più»

Il nonno scosse la testa e proseguì.

«Ad un certo punto l’oste arrivò e con nostra grande meraviglia non solo era vestito esattamente come lo ricordavamo ma era rimasto uguale, sembrava non fosse invecchiato. Lo salutammo, io gli spiegai che eravamo tornati in quel locale per ricordare i vecchi tempi andati e mangiare come una volta e poi ordinammo i nostri piatti preferiti».

«E quel signora cosa disse?»

«Niente, rimase in silenzio, non sorrise nemmeno. Prese solo le ordinazioni ed entrò in cucina».

«Che maleducato!La nonna ci rimase male?»

«La nonna non ci rimase male, aveva solo una gran paura. Aveva capito tutto ancora prima di me. Sentiva un gran freddo come se la porta fosse spalancata e il gelo da fuori fosse entrato dentro».

«Avete mangiato bene?»

«Non abbiamo mangiato niente. Passò un quarto d’ora, mezz’ora e poi un’ora. La nonna era sempre più inquieta e anche io capii che c’era qualcosa di strano. Tutte le persone attorno a noi mangiavano ma sembrava che non finissero mai quello che avevamo nel piatto. Era come un film che si ripeteva all’infinito. Capii tutto quando osservai meglio gli altri clienti della trattoria».

«Cosa hai capito?»

«I loro vestiti»

«Che cosa avevano?»

«Erano abiti che non si usavano più, erano passati di moda da un pezzo, nessuno si sarebbe mai vestito così»

«Ma allora, nonno, chi erano?»

«Fantasmi. Io e la nonna ci siamo alzati dalla sedia e, molto velocemente , siamo scappati verso l’uscita percorrendo centinaia di metri in mezzo alla neve a perdifiato. Poi ci siamo fermati ma nessuno di noi diceva niente. Ad un certo punto tua nonna si accorse di aver dimenticato, nella fretta di andarsene, i suoi guanti di pelle che le aveva regalato sua madre. Sono stato io ad andarli a recuperare».

«E la trattoria era ancora aperta?»

«Sono tornato davanti a quella piola ma non esisteva più»

«Ma come?»

«C’era solo l’insegna, la porta era chiusa, era tutto buio e le vetrine erano con le serrande abbassate»

«E i guanti?»

«Mi sono avvicinato alla porta, non sapevo che fare. Ho bussato. Nessuno rispose. Poi mi sono fatto coraggio e ho provato a spingere sulla maniglia ormai arrugginita. La porta era aperta. Sono entrato. Era tutto vuoto, il bancone cadeva a pezzi, le pareti erano spoglie e scrostate, c’erano tavoli e sedie in disordine e ragnatele ovunque. Solo un tavolo era al suo posto. Era quello vicino alla parete e c’erano i guanti della nonna. Ho trattenuto il fiato, li ho presi e sono scappato via».

Lina accarezzò la testa del nipote.

«Qualche giorno dopo – confidò la nonna – ancora sconvolta per quanto accaduto, chiesi spiegazioni a una mia amica speciale su quello che ci era capitato. La mia amica mi disse che a Torino ci sono posti che non esistono più ma che rivivono in un loro tempo e spazio, ritornano dal passato».

Ma allora nonna è vera la storia del nonno?»

Lina sorrise «Forse»

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