La casa degli orologi – 1/25 racconti del mistero di Natale

L’autostrada verso la montagna sembrava impazzita per il traffico la sera della Vigilia di Natale. Michele era partito nel tardo pomeriggio da Milano per raggiungere la famiglia nel paese di montagna dove trascorrevano tutti gli anni il Natale. Il navigatore del suo Suv era stato impietoso: calcolando il traffico il tempo di percorrenza era di quasi tre ore. Erano già le cinque del pomeriggio, Michele aveva chiuso lo studio da poco ed era già in perfetto ritardo sulla tabella di marcia. In più aveva promesso ai suoi figli che per la cena della Vigilia avrebbe comprato la torta di mele alla cannella nella pasticceria del paese famosa per la qualità dei suoi dolci.

Quella torta negli anni era diventata una tradizione e la consuetudine voleva che fosse proprio Michele a comprarla per portarla a tavola.

Mentre guidava in autostrada, pigiando sull’acceleratore per guadagnare tempo tra un rallentamento e un altro, l’uomo pensava che ormai la sua vita era diventata una corsa contro il tempo: il lavoro, la famiglia, i bambini, le pubbliche relazioni con persone che normalmente non avrebbe mai frequentato. Si sentiva una automa alla stregua di quel navigatore che gli indicava strada, velocità e tempo.

Il cellulare squillò e automaticamente si attivò il viva voce. Era sua moglie.

“Stai arrivando?”

“C’è molto traffico e sarò lì per l’ora di cena, verso le otto e trenta, credo”

“Così tardi? ma non potevi uscire dallo studio prima?”.

“No, non potevo. Avevo un cliente importante con una scadenza a giorni e se non lo avessi ricevuto avrei perso un sacco di soldi. Per gli affari il Natale non esiste”.

“I bambini ti stanno aspettando e mi hanno detto di dirti di non dimenticarti della torta di mele”.

Alle 19:45 Michele uscì dall’autostrada, ormai era a pochi chilometri dalla sua casa in montagna. Si diresse verso la rotonda che immetteva verso il centro del paese per andare in pasticceria a comprare la torta di mele. Per fortuna aveva chiamato il giorno prima per farsene tenere da parte una. Avrebbe parcheggiato alla meno peggio la macchina davanti al negozio con le quattro frecce e, una volta preso il dolce, per le 20:30 al massimo sarebbe stato a casa pronto per farsi una doccia, cambiarsi e sedersi a tavola con la famiglia e alcuni amici per la cena della Vigilia. Niente male come programma.

Il suo lavoro era stressante, faticoso, ma gli permetteva di concedersi qualche lusso compresa quella casa che gli era costata una fortuna. Aveva una bella famiglia, due bambini che adorava, ma gli mancava il tempo per goderseli. Però quella sera avrebbe potuto.

Alla rotonda del paesino in montagna tutto il traffico era bloccato. Gli automobilisti impazziti suonavano il clacson e imprecavano contro una sfilata di Babbi Natale che occupava tutta la strada.

“Maledizione – pensò Michele – questo mi manda all’aria tutti i piani e arriverò sicuramente in ritardo. Tra poco la pasticceria chiude e come mi presento a casa? In ritardo e senza torta?”.

Poi si ricordò che al negozio si poteva arrivare anche prendendo una stradina secondaria sterrata che, anche se era ripida e insidiosa per la neve scesa in quei giorni, gli avrebbe permesso di risparmiare parecchi minuti preziosi.

Anche questa volta era tutta questione di tempo.

“Per Natale vorrei che mi regalassero un orologio per fermare il tempo” pensò l’uomo.

Appena riuscì a districarsi dalle insidie della rotonda, mentre il traffico era ancora congestionato, si diresse verso quella stradina secondaria che aveva scoperto l’anno prima, il giorno di Natale, durante una passeggiata.

La neve era tanta ma se voleva rispettare i suoi piani Michele non aveva altra scelta che percorrerla. Inserì le quattro ruote motrici nel cambio automatico del Suv e iniziò a percorrere lentamente la strada. Con l’aiuto della trazione integrale l’uomo si sentiva sicuro, si stava quasi divertendo a guidare tra la neve e a un certo punto, colto da una strana eccitazione per quella piccola avventura, accelerò bruscamente.

Perse all’istante il controllo del mezzo che uscì di strada andando a finire in un fossato. Si ritrovò bloccato in mezzo alla neve e agli alberi.

Michele dopo lo spavento imprecò ad alta voce. Si sentiva perso, in una frazione di secondo tutti i piani erano sfumati.

Prese il cellulare ma in quel punto non c’era campo. Non poteva avvisare nessuno. Non funzionava nemmeno il numero di emergenza.

L’uomo scese dalla macchina in preda al panico.

Nel suo studio da architetto a Milano si sentiva il padrone del mondo, sempre pronto, organizzato, efficiente, razionale, aveva sempre tutto sotto controllo.

In quel sentiero di montagna, con la macchina bloccata, in mezzo agli alberi, tra la neve, senza la possibilità di poter contattare nessuno e con il pensiero che la sua famiglia lo stava aspettando e che nessuno sapeva dove si trovava, fu colto prima dal panico e poi dallo sconforto. Si sentiva perso, svuotato. Le sue certezze stavano crollando.

Poi si riprese. Decise di percorrere la stradina a piedi fino ad arrivare alle prime case del paese. Lì il cellulare sicuramente avrebbe avuto campo e così poteva telefonare alla famiglia. Con un po’ di fortuna avrebbe trovato anche prima una zona con il segnale. Tutto dipendeva dalle sue gambe e dal suo smartphone.

Si tirò su il bavero del cappotto per ripararsi dal freddo ma si accorse che i mocassini che calzava, comprati e pagati cari in un negozio nel centro di Milano, si impregnavano di neve che gli ghiacciava i piedi. Aveva ricominciato a nevicare e si stava alzando un vento che non presagiva niente di buono, soprattutto in montagna con quella temperatura.

Dopo aver fatto poche decine di metri che gli sembrarono chilometri, l’uomo decise di estrarre il cellulare dalla tasca del cappotto per controllare se c’era segnale. Le sue mani erano intorpidite dal freddo, gli sfuggì la presa dallo smartphone che andò a finire dritto in mezzo alla neve spegnendosi. Michele cercò disperatamente di riattivarlo ma nulla, stava pigiando il pulsante di accensione a vuoto. Adesso era veramente nei guai.

L’uomo si incamminò sempre più infreddolito e demoralizzato lungo il sentiero. Aveva quasi perso l’orientamento perché in quel punto gli alberi erano fitti e un velo bianco di neve ovattava tutto il paesaggio.

Improvvisamente tra gli alberi Michele intravide una luce. Si avvicinò verso quella direzione e vide altre luci. Rincuorato riuscì a mettere a fuoco quei bagliori accorgendosi che si trattava di una casa. Gli tornarono le forze e anche se non sentiva più i piedi per il freddo pungente, corse verso l’abitazione. Faticò molto, affondava tra la neve, ma trovò un piccolo sentiero verso quella casa. Si fermò fuori a ridosso della facciata: era una grande abitazione contornata da uno steccato illuminato da alcune fiaccola fiamma naturale che rimanevano accese nonostante nevicasse. Dalle finestre disposte su due piani filtrava una calda luce arancione e sulla porta d’ingresso in legno era disposta un’enorme ghirlanda natalizia. Non c’erano né  campanelli né citofoni.

Michele bussò con tutte le sue forze alla porta. Dall’interno proveniva musica e dalle ombre, che a tratti interrompevano il bagliore delle finestre, Michele intuì che dovevano esserci parecchie persone all’interno dell’abitazione, probabilmente riunite per celebrare la Vigilia di Natale.

La porta si aprì ed uscì un signore molto alto e robusto di corporatura. Aveva i capelli bianchi, corti e una barba folta ma ben curata. Era vestito con un pesante maglione di lana, pantaloni spessi di velluto e scarponcini da montagna.

“Scusi se disturbo – disse Michele – ma ho avuto un incidente per strada, sono scivolato e il mio cellulare è caduto nella neve e non si accende più. La mia famiglia sarà preoccupata. Le chiedo solo di poter fare una telefonata per avvisarli, prima che chiamino la Polizia non vedendomi arrivare”.

“Lei è tutto bagnato e infreddolito, entri dentro, si accomodi” rispose quel signore.

Michele lasciò da parte la formalità ed entrò. La casa era arredata con mobili di legno laccati di bianco. C’era una grande sala con un enorme albero di Natale con gli addobbi rossi e in un grande camino in pietra stava ardendo il fuoco alimentato dalla legna. In quella stanza erano disposti divani e poltrone. Alle pareti erano appesi decine di orologi delle più svariate dimensioni che segnavano orari diversi. Verso una grande finestra che dava sul cortile esterno, era disposto un tavolo imbandito con pane, salumi, formaggi, miele, marmellata e frutta.

Michele si senti subito meglio avvolto da quel tepore. Sopra di lui correva una balconata attorno alla sala principale con alcune porte dietro alle quali si sentiva il vociare di persone e di bambini.

Tutte le luci interne non erano elettriche ma una miriade di lanterne grandi e piccole, disposte ovunque, illuminavano l’ambiente con la loro fiamma.

“Si sieda su quella poltrona vicino al camino – disse l’uomo a Michele – Lei è bagnato, infreddolito e deve scaldarsi al più presto. Le porto dei vestiti asciutti per cambiarsi e qualcosa di caldo da bere e mangiare”.

“Ma io non vorrei disturbare – rispose Michele – starete per iniziare la cena e ho solo bisogno di telefonare alla mia famiglia. E’ tardi ormai, dovevo essere a casa già da tempo e i miei famigliari saranno in pensiero”.

“Non si preoccupi, il tempo in questa casa non è un problema”.

Sarà stato il freddo intenso, la fatica, la preoccupazione e lo spavento per quell’incidente, fatto sta che Michele, seduto vicino al fuoco su quella poltrona, ristorato da un the caldo e da un panino al lardo e miele che il padrone di casa gli aveva portato, si rilassò sentendosi intorpidito dal quel benessere improvviso. Quell’uomo gli aveva anche portato calze spesse in lana, pantaloni pesanti, un maglione di lana e scarponcini da montagna.

Dalle stanze sopra alla sala si sentivano sempre le voci delle persone e musica, anche se nessuno era mai comparso per accomodarsi alla tavola imbandita. Erano voci confuse, impalpabili, indefinite. Michele ascoltava quel vociare ma non riusciva a capire il senso di tutte quelle parole ovattate. Una cosa era certa: erano tutti molto allegri.

“Lei è stato gentilissimo – esclamò Michele rivolto al suo ospite che nel frattempo si era accomodato su una poltrona vicino a lui – ma adesso devo proprio telefonare a casa”.

“Mi dispiace ma qui nessuno ha un telefono a disposizione, se vuole la posso accompagnare io fino alla fine del sentiero che porta in paese. Dopo Natale potrà venire a riprendere la macchina. Dubito che tra stasera e domani in paese ci sia qualcuno con un trattore o un carro attrezzi a disposizione”.

Michele si sentì gelare il sangue.

“Allora, la prego, mi accompagni subito perché a quest’ora sarei dovuto essere seduto a tavola con i miei famigliari e chissà come sono in pensiero”.

“Non è così tardi come lei pensa, le ripeto, in questa casa il tempo è un concetto relativo”.

“Non mi sembra, con tutti gli orologi che avete appesi alle pareti”

Il padrone di casa sorrise.

“Vede signor Michele, lei è troppo ossessionato dal concetto di tempo. Sembra schiavo di esso e non si accorge che il tempo le sta portando via la vita. Immagini un mondo dove non esiste il tempo che poi è un’invenzione dell’uomo. Senza tempo noi saremmo tutti degli dei perché loro sono immortali cioè non dipendono dalle lancette dell’orologio”.

“Ma allora perché lei ha in casa tutti questi orologi appesi alle pareti?”

Il signore sorrise, si grattò la barba e disse:

“E’ Natale, scelga l’orologio che vuole e lo tenga come dono”.

Michele si sentì in imbarazzo. Quella persona sconosciuta aveva fatto già fatto così tanto per lui e adesso gli stava anche facendo un regalo.

“Non saprei come sdebitarmi, anzi, lei questa sera mi ha salvato e io le sono riconoscente e debitore. Io sono un architetto, lavoro a Milano e per qualsiasi cosa in cui io la posso aiutare non esiti a chiedere. Sarò lieto e onorato di mettermi al suo servizio”.

“Immagino che abbia molti ospiti questa sera per cena a giudicare dalle voci che sento provenire dalle stanze. Se mi fa la cortesia di accompagnarmi a casa, indicandomi la strada, tolgo subito il disturbo”.

Il signore accompagnò Michele fino in fondo al sentiero da dove trovò facilmente la via per tornare a casa.

Quando le prime luci delle case del paese si videro distintamente tra la neve, Michele riprese in mano il cellulare e provò ad accenderlo, funzionava.

Guardò l’ora sul display.

Per l’ennesima volta in quella sera della Vigilia gli si gelò il sangue nelle vene. Erano solo le otto di sera e lui era perfettamente in orario.

Si girò per chiedere spiegazioni all’uomo che lo aveva ospitato in quella casa ma questi si era già incamminato per il sentiero e, tra la neve, non si vedeva quasi più.

Michele pensò che il display dell’orologio dello smartphone si fosse fermato all’ora dell’incidente ma, appena giunse nella pasticceria per comprare la torta di mele, si accorse che anche l’orologio del negozio segnava le otto di sera appena passate.

Comprò il dolce. “Appena in tempo signore. Stavamo per chiudere”.

Tornò nella casa di montagna dalla sua famiglia dove fu accolto con abbracci e sorrisi.

“Ma come ti sei vestito?” gli chiesero moglie e figli.

Decise di raccontare dell’incidente in macchina ma di non dire niente della casa in cui era stato accolto infreddolito e disperato.

Giustificò il suo abbigliamento spiegando di essersi cambiato prima di partire.

Trascorse una serena cena della Vigilia tra cibi, buon vino e alla fine tutti gustarono la prelibatezza di quella torta di mele aspettando la mezzanotte per brindare al Natale.

Prima di andare a dormire, frugando tra le tasche del cappotto, trovò un piccolo orologio da parete in legno. Decise che lo avrebbe messo nel suo studio a Milano.

Due giorni dopo Natale, trovò un meccanico in paese che, dietro a un congruo compenso, lo accompagnò a recuperare la macchina. Era stato fortunato perché, se nello sbandare avesse fatto anche solo qualche metro in più fuori strada, si sarebbe schiantato contro un muro a strapiombo con tragiche conseguenze.

Mentre il meccanico legava l’auto per recuperarla, Michele gli chiese di quella casa dove era stato accolto.

“Quella casa sono ormai decenni che è disabitata. Il proprietario, in paese lo chiamavano tutti il signor Jean, è morto negli anni Settanta. In paese circolano strane voci su quella casa ma tutti dicono che lì dentro è sempre Natale”.

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